RESOLUTE JOHN FLORIO
All'ambasciata Francese
By MARIANNA IANNACCONE
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Disponibile in tre versioni: Classica, Edizione speciale con illustrazioni, e Kindle.
«Tu devi creare un linguaggio che immortali la voce di Dio, della moltitudine, dell’infinito.» – Giordano Bruno, Resolute John Florio all’ambasciata francese.
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Il Romanzo
Un romanzo: tre edizioni differenti
Classica
Con illustrazione in bianco e nero di John Florio e Giordano Bruno dell'artista Alfredo Raimondi.
Edizione Speciale
Con 10 illustrazioni a colori dell'artista Martina Dimkoska e una illustrazione in bianco e nero di John Florio e Giordano Bruno dell'artista Alfredo Raimondi.
Versione Kindle
Versione ebook con 10 illustrazioni a colori dell'artista Martina Dimkoska e una illustrazione in bianco e nero dell'artista Alfredo Raimondi.
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CAPITOLO 1: 25 dicembre
Avevi ragione! Il Dr. Greene è in trending topic su X. #ReverseGate.
Mark Kells lavorava presso la biblioteca della mia città, North Fly Jay. Eravamo amici dalle scuole medie, lui era quello che prendeva sempre dei voti altissimi in tutte le materie e che destava invidia in alcuni che lo chiamavano “secchione” e “sgobbone”. Insomma, Mark stava sul cazzo un po’ a tutti in classe, tranne a me. Passavo spesso i pomeriggi da lui a fare i compiti perché mi piaceva tantissimo la sua stanza: aveva un piccolo telescopio giocattolo con il quale proiettavamo l’intero universo al muro contando le stelle a una a una, oppure giocavamo a Indiana Jones impersonando impavidi avventurieri in emozionanti imprese alla scoperta di gemme preziose. Ma soprattutto, io e Mark da ragazzini pensavamo di avere poteri soprannaturali, ne eravamo convinti. Non so se fosse colpa del fumetto Kimagure Orange Road che compravamo ogni domenica al bar della piazzetta o della mia somiglianza al protagonista del manga, ma con Mark, nella sua stanza, mi sentivo come Kyōsuke che spostava libri, lampadari e sedie con la sola forza del pensiero. Con Mark mi sentivo speciale e mi rifugiavo negli hobby da nerd che non riuscivo a condividere con nessun altro, consapevole che in un angolo remoto dell’universo c’era qualcuno uguale a me e che le mie stranezze, forse, avevano un senso.
Da adulto Mark accantonò i telescopi e le magie e fece uno di quei mestieri che vorrei fare io nella vita: il bibliotecario. Ogni giorno maneggiava testi antichi e preziosi, a volte così fragili da rischiare di rovinarli. Quando dovevo consultare un libro amavo passare le giornate nei banchi della sua biblioteca perché finiva sempre per farmi vedere qualche prezioso volume di nascosto, di quelli che annidano simpatici anobidi solitari capaci di divorare parole intere e spostarle da una parte all’altra del libro, trasformando di colpo il finale della storia.
«Lo vedi che fanno?» domandava spazientito mentre si avvicinava il più possibile alla pagina, e intanto corrugava le sopracciglia. «I tarli odiano gli scrittori, lo fanno apposta!»
«Come fai a sbarazzartene?» gli domandai.
«Non c’è un vero e proprio metodo, ma nei mesi di marzo, luglio e settembre massaggiamo le prime pagine dei tomi più antichi con un panno di lana intinto nell’allume polverizzato. L’odore li allontana, ma non sempre impedisce che si infiltrino.»
Osservavo la guerra di Mark contro i tarli con sincera invidia perché trascorreva le giornate circondato da libri antichi, dal silenzio, da parole bisbigliate e dal rumore di qualche matita che calcava il foglio. Ma ciò che invidiavo di più del suo lavoro era che quando prendeva un libro, Mark lo poteva annusare. Le biblioteche, come gli archivi, hanno un odore molto particolare che li distingue: è l’odore della carta che muore. Ecco, il mio lavoro dei sogni era fare lo sniffatore di libri, e Mark, lo sniffatore della carta morente, mi aveva appena inviato un messaggio.
Lessi il nome “Dottor Greene” e il mio stomaco cominciò a ribollire di una rabbia cocente. Era il perfido accademico che aveva distrutto l’intera reputazione ed eredità dell’autore gettato nell’oblio della storia: John Florio.
CAPITOLO 2: oloferne nel dimenticatoio
Cliccai istintivamente sul link che Mark mi aveva inviato, il quale mi portò a un articolo su un blog sconosciuto. Il sito non l’avevo mai visto prima, ma il nome dell’autrice in caratteri piccoli sotto il titolo mi era familiare, eccome: si trattava della professoressa Anita Francis, colei che mi aveva fatto innamorare di John Florio grazie all’eccellente biografia che aveva scritto.
Qualche anno prima, appena laureato in letteratura e teatro, avevo deciso di trascorrere le vacanze insieme a mia sorella Claire in Francia. Visitammo Aix En Provence, nell’abbraccio tra il rosso, l’arancio e il rosa del cielo al tramonto, mentre i magnifici campi di lavanda, spennellati di un lilla bluastro, si muovevano sinuosi a ritmo del vento primaverile della Provenza, rilasciando nell’aria un delicato profumo che sapeva di rinascita e fiducia nel futuro. E poi da lì verso Marsiglia, Montpellier, Tolosa e Bordeaux. A Tolosa trovammo una guida un po’ speciale, per non dire bizzarra o da arresto. Si chiamava Antoine e aveva cinquantaquattro anni portati benissimo. Era alto, con i muscoli che si intravedevano dalla camicia a quadratini colorati che si apriva sulla pelle e gli dava un’aria di accurata trasandatezza. I capelli color grano ricadevano mossi sulle spalle e incorniciavano un volto sul quale spiccavano guance rosse baciate dal sole della Provenza – e dal vino – e occhi azzurri penetranti che ti guardavano da sotto le palpebre cadenti. Con lui facemmo il giro dei vigneti dell’Occitania su una Jeep di campagna malconcia e scoperta, sulla quale saltellavamo di continuo sbattendo la testa contro il tettuccio, perché Antoine correva.
Lui iniziava i tour al mattino presto: si visitava prima la città principale, poi un giro in qualche negozietto di souvenir e dopo ti invitava nelle cantine della zona per degustare vini rossi e bianchi, nuovi e d’annata. A fine giornata, quindi, Antoine era ubriaco.
Erano le quattro del pomeriggio e la nostra guida speciale percorreva viuzze di campagna strette e sgangherate, correva come un forsennato, zigzagava tra buche e pozzanghere, salutava gente a caso, animali compresi, e urlava il mio nome storpiato, con accento francese: «Maizòò.» Per la precisione, lo faceva ogni qualvolta prendeva una curva. Io e mia sorella eravamo certi che prima o poi l’anziana signora seduta davanti sarebbe stata catapultata dalla Jeep come un razzo, e Antoine non se ne sarebbe neanche accorto.
Arrivammo a Bordeaux ancora ubriachi, ondeggianti come tappi di sughero in un mare di vino, tra risate e stordimento. Facemmo una sosta in un bar di una viuzza che si perdeva tra case azzurre con finestre colorate che parevano frammenti di un quadro di Renoir. Avevamo bisogno di un caffè, di riposarci e prendere un po’ di fiato. Mi soffermai a leggere un giornale locale poggiato accanto al bancone, che aveva in copertina una gigantesca foto di Shakespeare che compare nel First Folio, con la faccia da fante di cuori senza collo e lo squallido corpetto nero.
Shakespeare non era mai stato il mio autore preferito. Certo, sapevo quanto fosse venerato, ma io ero attratto da tutt’altro: Dickens, Orwell, Christie, Wilde. Potevo immaginare Dickens, bambino cresciuto nelle brulicanti vie della Londra vittoriana, osservare da vicino la miseria, la fame, il freddo, e poi riversare quella realtà in un racconto come A Christmas Carol, dove ogni fantasma era un grido contro l’indifferenza. Wilde: come si può leggere Il Ritratto di Dorian Gray senza riconoscere la vita di uno scrittore omosessuale costretto a vivere in ombra?
E poi c’era Shakespeare: un volto che pareva nascondersi dietro mille maschere. Come avrei potuto comprendere appieno le sue opere se non si conosceva nulla della sua vita? Ma avevo appena conseguito la laurea in lingue e letterature straniere, non vuoi leggere un articolo sul grande Bardo per darti un tono e dimostrare che gli anni di studi erano valsi a qualcosa? Niente di nuovo sotto il sole se non che, tra una frase dell’Amleto e la scuola di Stratford, dove Shakespeare pare avesse imparato il greco, il latino e tutto lo scibile umano, leggo un nome a me sconosciuto: John Florio. Citato come un traduttore estroso, un lessicografo creativo e l’umanista più importante del Rinascimento inglese, il trafiletto lo descriveva come grande amico di Shakespeare, nonostante – pare – qualche litigio tra i due, e come fonte di ispirazione per frasi, proverbi e trame delle sue commedie. La lettura mi lasciò esterrefatto: nonostante fossi fresco di studi non ne avevo mai sentito parlare. Tornato a casa, la parola Florio non faceva altro che risuonarmi nella mente, come una mosca che volava frenetica nel cervello e mi sussurrava: «Cercami, cercami.»
Iniziai a sfogliare i testi che avevo studiato all’università come se fosse materiale preistorico e notai che non era mai menzionato. Eppure, nell’articolo francese era stato definito come uno che la lingua inglese l’aveva arricchita con più di mille parole, addirittura terzo tra i linguisti più importanti. Mi sentivo preso un po’ per i fondelli, qualcuno non mi stava raccontando la verità e non riuscivo a capire chi. Cercai su Google il suo nome e, a parte un paio di articoli scritti male, John Florio sembrava non essere mai esistito. Fin quando trovai una sola biografia pubblicata dalla professoressa Anita Francis dell’università di Cambridge: La vita e le opere di John Florio, anglo-italiano nella Londra di Shakespeare. Lo acquistai subito, curioso di sapere se valesse davvero la pena approfondire un personaggio che, sebbene non lo conoscessi, continuava a incuriosirmi e a intrigarmi.
Io leggevo tanti libri. Alcuni mi catturavano il cuore, mi facevano emozionare, piangere, e leggevo e rileggevo fino allo sfinimento. Altri li acquistavo pieno di speranze e aspettative e li abbandonavo dopo poco perché saranno stati pure i best-seller dell’anno, ma non mi dicevano proprio niente. E poi c’erano quelli che compravo per caso durante una svogliata passeggiata nella libreria della città, sui quali non ponevo nessuna aspettativa, e che invece facevano la differenza. Ecco, la biografia di John Florio fu un terremoto che travolse il mio passato, lo distrusse facendomi ricostruire un’esistenza e un futuro diversi. Io non sapevo il motivo per il quale mi cambiò, ma quando lo conobbi d’improvviso ogni scelta apparentemente sconclusionata, le vecchie passioni abbandonate e le delusioni patite trovarono un senso. Fu come se avessi collegato tutti i puntini con una matita e fosse uscito il quadro completo della mia vita, che fino a poco prima mi sembrava una grande accozzaglia di errori, frustrazioni, disinganni e sogni sbagliati.
Prima di Florio ero un fallito in tutto, ero un signor Nessuno da Nessuna Parte, finché arrivò lui, che risvegliò il genio addormentato in me. Non che mi definissi un genio, ma ho sempre creduto che ognuno di noi nasca con uno scopo ben preciso, e piccolo o grande che esso sia, contribuisce a far girare la grande macchina dell’universo fatta dal bene e dal male, e le due metà, con le proprie sfumature, sono amalgamate tra di loro. Non esisterà mai un mondo troppo marcio o uno troppo buono, perché a ogni azione, buona o cattiva che sia, si scatena un’energia che ne provoca un’altra uguale e opposta. Qualcuno lo chiama karma.
Ecco, ogni singolo essere umano, tra gli otto miliardi che popolano la Terra, ha un suo senso primario, è nato per uno scopo ben preciso, perché l’architetto dell’universo non costruisce scalinate che portano nel vuoto. Il problema è che pochi, forse pochissimi lo comprendono davvero. Da bambini sviluppano il genio per cui sono nati ma se il genio non viene accudito, allenato, stimolato, con il passare degli anni muore a poco a poco. E così va a finire che il talento che avevamo, e che chiudiamo in una cantina per fare altro, si rimpicciolisce sempre di più fino a scomparire del tutto. E non perché non abbiamo il coraggio di coltivarlo, insomma, per la maggior parte delle persone non è codardia: è conformismo. Vogliamo sentirci tutti parte integrante di qualcosa, per cui il diverso che prova una strada alternativa è spesso preda dell’insicurezza, dei dubbi traditori che gli fanno temere di tentare per paura di non farcela, dell’attraversare ostacoli che gli sembrano insormontabili e di camminare sempre nel pericolo. È così che molti si voltano e decidono di tornare indietro, riabbracciando il resto del gregge per non sentirsi soli e diversi. Se posso dare una sola valutazione positiva su me stesso è che non mi sono mai dato per vinto e ho sempre tenuto accesa la piccola fiammella che brillava dentro di me e che è esplosa all’ingresso in un bar durante una gita primaverile nelle campagne francesi.
Dopo aver iniziato a leggere Florio non riuscii più a smettere di studiarlo. A tratti, la sua vita sembrava un film di James Bond, fatta di appuntamenti segreti, messaggi cifrati e informatori della Regina. Altre volte il destino di Cyrano de Bergerac, tra i più struggenti e lacrimati di tutta la storia della letteratura. Un uomo dai mille volti: traduttore, spia, ghostwriter, musicista, poeta, notaio. Scaltro, passionale, turbolento, sensibile, geniale. Un uomo che aveva dato tutto se stesso per la sua patria, l’Inghilterra, e non aveva mai posato la penna piuma un singolo giorno in cinquant’anni di carriera. Uno scrittore che forse era conscio del triste destino che gli si sarebbe paventato una volta morto: essere per sempre dimenticato all’ombra di Shakespeare, un fantasma che si sarebbe posato nelle note a piè di pagina delle biografie del Bardo, il grillo parlante che gli avrebbe suggerito le fantasiose parole italiane o qualche trama rubacchiata dal Bandello.
Mentre scoprivo cose incredibili sul suo conto che mi appassionavano fino a risucchiare la mia attenzione, la storia che invece raccontavano gli studiosi shakespeariani era del tutto diversa. Florio si sarebbe trasformato in un pulcinella, non l’anima del popolo che strappa un sorriso al lettore, scaltro e sempre dalla parte dei più deboli, ma l’acerrimo nemico di Shakespeare: un uomo petulante, rabbioso, invidioso. Sarebbe stato il pedante, anzi, pedantissimo Oloferne che sproloquiava di parole, schernito da Shakespeare che non mancava di rimarcarne la goffaggine; in un’altra biografia invece era il panciuto e alcolizzato Falstaff che tramava alle spalle del Bardo e del giovane conte Henry Wriothesley. In un altro libro ancora descritto come il marito cornuto, ignaro del tradimento della moglie, la dark lady dei sonetti, con il fascinoso e irresistibile Bardo.
Quando lessi le fantasiose ricostruzioni sul suo conto scoppiai in una risata amara e compresi d’improvviso il motivo per il quale fosse finito nel dimenticatoio della storia della letteratura. Più leggevo le biografie shakespeariane che lo citavano, più provavo disgusto e irritazione nei confronti di chi si professava accademico esperto e serio ma estirpava la verità e piantava menzogne per farne germogliare una nuova personalità. Tutti gli studiosi avevano un tratto in comune: avevano bisogno di menzionare Florio, ma nessuno ne parlava bene, nessuno si atteneva alla realtà. Ciò che più mi dava fastidio, e che contrastava con le farneticazioni dei suddetti esperti, era la seconda parte della storia che raccontavano nelle biografie di Shakespeare: Florio era odioso, nemico del Bardo, bastardo al punto da spiare contro lui e gli amici, ma allo stesso tempo era anche il suo insegnante, gli impartiva lezioni di italiano, gli parlava degli autori italiani che venivano utilizzati nelle trame delle commedie, gli aveva persino insegnato tante parole inglesi prese dal dizionario. Insomma, erano amici e nemici. E perché? Perché serviva per giustificare delle conoscenze che, altrimenti, in Shakespeare non si potevano spiegare. Florio era l’intermediario, colui che consegnava al grande poeta inglese la chiave magica con la quale poter aprire lo scrigno delle trame, delle parole, della sua imperscrutabile genialità.
Un omicidio ben orchestrato. Il delitto perfetto. Con una vita così sciatta, personalità e opere così mal descritte, chi mai avrebbe avuto la curiosità di andare a indagare su di lui? Nessuno si sarebbe incuriosito. Ecco perché giaceva nell’oblio, esistente solo nelle parole coraggiose di un’autrice ribelle, disposta a sfidare il dogma accademico. John Florio sarebbe scomparso così, buttato nel seminterrato della storia e ripescato ogni qualvolta qualche sedicente esperto avesse avuto bisogno di trovare una giustificazione alla conoscenza che Shakespeare aveva dell’italiano, delle trame italiane o di Montaigne. Avrebbero aperto la porticina della cantina dimenticata per rispolverare il maestro di italiano che sarebbe servito agli autori per terminare in bellezza il loro racconto.
Provai una profonda tristezza. Non solo il silenzio e l’oblio, ma anche la manipolazione dell’immagine erano stati uno strumento ben più insidioso, una vera e propria gigantesca operazione di rimozione collettiva. Volevo giustizia per lui. Le persone dovevano conoscerlo, dovevano sapere chi era stato davvero, cosa aveva fatto. In qualche angolo della mia coscienza sapevo che, se avessi toccato le corde giuste, le persone si sarebbero svegliate e avrebbero compreso la verità. Ma dovevo cominciare da zero.
Su internet esisteva a stento una sciatta pagina Wikipedia, bisognava informare senza troppi fronzoli. Acquistai un dominio per creare un sito, iniziai a compilare le pagine in ordine cronologico, raccontai la biografia dalla nascita alla morte, le opere dalla prima all’ultima e corredai il tutto con immagini accattivanti e colori sgargianti. Sapevo che non sarebbe stato facile. Colpa mia se mi sono appassionato a un uomo morto quattrocentocinquanta anni fa di cui nessuno conosce l’esistenza. Ma pazienza, da un po’ di tempo a questa parte, ovvero da quando ho conosciuto Florio, ho capito che non bisogna fare ciò che è facile, ma ciò che è giusto.
Nel frattempo, decisi di dare un taglio più professionale alla mia figura: scrissi un libro di poco più di cento pagine nel quale rendevo note, per la prima volta, alcune poesie che Florio aveva scritto in forma anonima e che avevo trovato grazie a una ricerca alla British Library, e con mia grande sorpresa ebbe un discreto successo.
Fin quando non arrivò lui: il Dr. Greene.
CAPITOLO 3: il dr. greene
Ero in giardino, sdraiato sull’amaca a leggere un trattatello sconosciuto su Florio pubblicato nei primi anni Venti del Novecento, il quale sosteneva che Florio fosse Shakespeare, un massone e un Rosacroce. Insomma, una di quelle letture che ci si può tranquillamente concedere senza troppi sforzi in un pigro martedì pomeriggio di una calda, caldissima estate che faceva fatica a terminare. All’epoca avevo ancora Facebook. Per l’unico motivo che mi portava a frequentare i social: John Florio.
Perché non avevo un profilo personale? Semplice, non mi sentivo così importante da mostrarmi agli altri. I social mi hanno sempre dato l’impressione di essere uno strumento soporifero in cui ogni contenuto, da video di piccoli gattini dolcissimi a tragiche notizie apocalittiche, ottengono la nostra attenzione per pochi istanti, giusto il tempo di pubblicare l’immancabile, importantissimo, lapidario commento per poi essere inghiottiti in un universo alternativo dove la maggior parte della gente sgomita per attirare l’attenzione nel modo più bizzarro ed eccentrico possibile.
Eravamo una generazione di persone tristi con tanti selfie felici, portavoce di standard di bellezza inarrivabili che frignavano fingendo di non volere tutta l’attenzione che le veniva data. E poi c’ero io, che non volevo mostrarmi se non per dare voce a chi era stato zittito per secoli.
Su Facebook ricevetti un messaggio privato da un certo Mercutio, senza foto né informazioni di alcun tipo. Mi inviò un link seguito da un commento: Ieri leggevo nel tuo libro che la figlia di Florio, Aurelia, era diventata un’ostetrica davvero famosa. Anche per la conoscenza del latino, quindi una dottoressa ante-litteram.
Seguì un altro messaggio: E il Dr. Greene la chiama cacciatrice di streghe.
Aggiunse un altro commento: Acido direi. Mi riferisco al Dr. Greene.
Aurelia era l’unica figlia sopravvissuta di Florio. La peste aveva ucciso la prima moglie e gli altri due figli. Aurelia era diventata una delle prime donne medico d’Inghilterra, con una conoscenza profonda del latino e della medicina che le permisero persino di effettuare un’autopsia su dieci donne che furono accusate di essere delle streghe. Florio aveva sicuramente dedicato molto tempo all’educazione di sua figlia, che divenne una scienziata ante litteram in un’epoca in cui le donne avevano poco accesso ai libri, se non in ambienti aristocratici.
Il problema però non era Aurelia, ma il Dr. Greene. Io credevo di aver letto qualsiasi cosa su Florio, libri, articoli, saggi, persino quel libretto sconosciuto su Shakespeare Rosacroce. Com’era possibile che lui mi fosse sfuggito? Lo cercai su internet e mi comparve un nuovissimo saggio pubblicato qualche mese prima intitolato Nuovi documenti su John Florio. Qualcuno stava studiando Florio come me e aveva persino trovato nuovi documenti: lo acquistai subito e lo lessi in un solo giorno.
Ne rimasi scioccato, deluso, anzi delusissimo. L’autore sembrava non mostrare alcun interesse nei confronti di Florio, descritto come il solito pedante, borioso sfasciamaroni di Shakespeare. C’erano nuovi documenti, ma c’era anche un problema grosso: il Dr. Greene menzionava le poesie che io avevo trovato alla British Library e inserito nel libro, scritto con tutto l’amore e la dedizione che un novello studioso potesse metterci al battesimo della prima opera. Le aveva riportate tutte, sia quelle in italiano dedicate alla Regina sia quelle in inglese. Tutte. E non c’era traccia del mio nome.
Il cuore iniziò a battermi forte, camminavo su e giù per la cucina arrovellandomi il cervello. Avevo pubblicato due anni prima, avevo persino condiviso il primo capitolo gratuitamente sul blog, e allora perché il Dr. Greene mi aveva ignorato? O meglio, perché lo aveva letto e non mi aveva citato?
Dovevo scrivergli, buttare su carta tutto l’astio e il rancore che mi stavano consumando, ma passarono sette giorni nei quali corressi, riscrissi, cancellai e scrissi ancora fin quando non fui soddisfatto del risultato.
Gli feci i complimenti – che falso – sottolineai il mio interesse nei confronti di Florio – mica come lui che scriveva per inerzia e autoglorificazione – e aggiunsi nelle ultime righe le poesie che avevo scoperto. Gli chiesi se l’avesse letto, cosa ne pensasse, proposi di inviargli una copia. Era un’e-mail gentile, credevo che mi avrebbe risposto. Mi illusi, perché la risposta non arrivò. Passò una settimana, ne passarono due, passò un mese. Aggiornavo di continuo la posta per controllare che l’avessi inviata all’indirizzo giusto. E no, non aveva risposto.
Inviai una seconda e-mail senza pensare troppo alla forma, ma stavolta lo stile tradì l’irritazione e lo sconcerto. Citai solo alcuni esempi ma ce n’erano molti altri. Dovevo calmarmi, forse si trattava soltanto di un errore innocente piuttosto che disonestà intellettuale o malizia personale. Ero determinato a mantenere un atteggiamento positivo: chiesi una risposta e arrivò, ma non da Greene. Fu una certa Bianca del Santo a farsi avanti.
Sono la segretaria del Dr. Greene, che non è a conoscenza della nostra corrispondenza. Gestisco io il suo account di posta. Se lei e il professor Greene siete giunti a conclusioni simili non credo si possa parlare di plagio, ma se vuole posso inoltrare la sua e-mail al nostro avvocato per una risposta più dettagliata a riguardo.
Risposi facendole notare che alcune immagini che aveva pubblicato il Dr. Greene sembravano prese proprio dal mio blog, dove avevo pubblicato il primo capitolo.
Il professor Greene non conosce nemmeno il sito da lei citato. Entrambi avete preso l’immagine da una fonte comune. Le fonti sono citate nel libro del professore. Inoltrerò queste deliranti e-mail all’avvocato che, se necessario, le risponderà. Devo lavorare e non ho tempo per le sue farneticazioni.
Alla fine, siamo arrivati al nocciolo della questione quando ho ricevuto questa risposta.
Mi dispiace informarla che un blog non è un testo scientifico, pubblicato da case editrici accademiche, quindi il suo valore è nullo!
Avevo capito qual era il problema: lui era il Dr. Greene, il famoso accademico oxfordiano, pluripremiato, osannato dalla critica shakespeariana, protagonista del documentario della Bbc sul Bardo e l’Italia, penna del The Guardian, professore emerito di Sto Cazzo dell’Università di Sta Cippa, coordinatore della Royal Shakespeare Theatre, con un dottorato presso qualche università importante, un honorary fellow – una di quelle cose che ti fanno sentire importanti – presso l’University College di Londra, e poi svariati dottorati onorari in giro per il mondo. Premiato dalla Regina Elisabetta ii nel 2015 come cavaliere in riconoscimento dei suoi servizi alla ricerca su Shakespeare, Eminenza, Monsignore, Vossia, Cherie, Mon Amour.
E io? Chi ero io? Un semplice laureato in lingue e letterature di una piccola università della provincia di Illiry, con un rapporto alquanto complicato con i professori che mi avevano abbassato la media e con un lavoro che non era pertinente ai miei studi. Ero soltanto Mayson Jon, un ventenne di una città di periferia, North Fly Jay, uno dei tanti Gen Z che avevano studiato per poi lavorare in un campo diverso dalla laurea e rimpiangevano molte scelte di vita.
Sì, ho sbagliato lavoro, ho sbagliato anche liceo, meno male che le elementari non le ho scelte, altrimenti sbagliavo pure quelle.
TRAILER
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Il blog di Resolute John Florio all'ambasciata francese
Ultime dall'ambasciata francese
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Resolute John Florio: comincia il tour in tutta Italia
Si comincia il 2 Marzo con uno spettacolo al teatro SanCarluccio di Napoli Il libro “Resolute John Florio all’Ambasciata Francese”, pubblicato su Amazon il 17
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È ufficiale: “Resolute John Florio all’ambasciata francese” uscirà il 17 Febbraio.
Svelata la copertina ufficiale insieme agli artisti che hanno contribuito alla sua creazione e alle illustrazioni del libro. L’attesa è finita! Resolute John Florio all’ambasciata